Aeronautica Caproni Predappio (1940–1945): tra guerra, antifascismo e occupazioni

 

  • Lo stabilimento dell'Aeronautica Caproni Predappio (in tinta mimetica) nell'estate del 1940, al termine dei lavori di ampliamento.

Nel corso della Seconda guerra mondiale, lo stabilimento aeronautico Caproni di Predappio rappresentò uno degli insediamenti industriali più rilevanti dell'area forlivese.
Nato in pieno periodo fascista con finalità produttive strettamente connesse allo sforzo bellico, divenne anche un luogo di tensione politica e sociale.

All'interno si formarono sin dai primi anni alcuni nuclei antifascisti, composti prevalentemente da operai originari di Cesena, Cesenatico, Ravenna e Lugo.
La presenza di questi gruppi, in un ambiente di lavoro militarizzato e fortemente sorvegliato, generò un clima di continua pressione.
La polizia del regime effettuava ispezioni frequenti e numerosi lavoratori furono arrestati per attività sovversive o anche solo per semplice sospetto.
Questo contesto rese difficile mantenere un ritmo produttivo stabile e interferì in modo significativo con l'organizzazione interna.

Nel 1942, in piena guerra, lo stabilimento impiegava oltre 1.400 addetti tra operai e impiegati amministrativi.
A questi si aggiungevano circa 300 lavoratori operanti presso l'aeroporto "Luigi Ridolfi" di Forlì, che fungeva da punto di raccordo logistico e operativo con la produzione di Predappio.
La Caproni costituiva un polo industriale strategico a livello provinciale, sebbene subordinato alle direttive centrali e fortemente dipendente dalle vicende belliche.
Il sistema di trasporto degli aerei assemblati, rimasto invariato rispetto al periodo prebellico, prevedeva ancora la movimentazione via camion.

Con l'intensificarsi dei bombardamenti e l'ingresso diretto del territorio italiano nel conflitto, questo modello logistico si rivelò insostenibile.
Per ovviare al problema, si decise di costruire una pista di volo nei terreni antistanti lo stabilimento, colmando un avvallamento naturale.
I lavori, però, non videro mai la luce, poiché la pista non avrebbe mai raggiunto una lunghezza sufficiente per il decollo degli aerei.

Parallelamente, sul versante del monte adiacente alla fabbrica, furono scavate due gallerie principali in cemento armato, lunghe circa 130 metri e larghe 14,5, collegate da quattro gallerie trasversali.
Le strutture, dotate di paratie contro le schegge e rinforzate con pareti spesse oltre un metro, erano progettate per ospitare la produzione in caso di bombardamenti.
Tuttavia, a causa di difficoltà logistiche e operative, non vennero mai impiegate come reparti industriali, ma solo come rifugi antiaerei per la popolazione locale e gli operai sfollati.

Ci sono però testimonianze contrastanti sull'effettivo utilizzo delle gallerie: a tale argomento sarà dedicato un post a parte.

  •   Estratto di una planimetria catastale con l’individuazione dei principali punti del distretto industriale dello stabilimento.

L’aumento del traffico merci e personale legato allo stabilimento impose una revisione dell'infrastruttura viaria.
In particolare, la strada Predappio–Predappio Alta risultava inadeguata al passaggio continuo di camion, carrelli e trasporti speciali.
Un primo progetto di sistemazione, redatto dal Genio Civile già nel 1930, fu aggiornato solo nel 1939, quando venne affidato alla ditta del geometra Achille Ricci.
I lavori iniziarono il 12 aprile dello stesso anno, ma subirono ritardi, proroghe e sospensioni, e furono completati soltanto il 5 dicembre 1943, quando ormai la produzione dello stabilimento era già stata interrotta.

Accanto alla struttura produttiva vennero realizzati diversi servizi collaterali:
una mensa per gli operai e una per gli impiegati, aree ricreative dopolavoristiche con biliardi, giochi da tavolo e una piccola biblioteca.
Fu inoltre costruito un edificio destinato a ospitare la direzione, le visite ufficiali e i rapporti con il Ministero dell’Aeronautica.

Nei pressi dello stabilimento sorsero anche case popolari per i lavoratori, progettate inizialmente con tetto piano — forse su indicazione dello stesso Mussolini — ma successivamente realizzate con copertura a falde.
Per i tecnici e gli impiegati di grado superiore furono invece edificate alcune villette lungo la via principale d’accesso.

Il sistema industriale si raccordava inoltre con altre strutture militari forlivesi, come il collegio aeronautico intitolato a Bruno Mussolini e l’aeroporto cittadino.


  • In alto, il Collegio Aeronautico “Bruno Mussolini” (Forlì)
  • In basso , il distretto del vecchio aeroporto "Luigi Ridolfi" oggi non più esistente (Forlì)


Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca della zona, l’impianto venne gradualmente svuotato delle sue attrezzature principali.
I macchinari furono trasferiti al Nord su iniziativa della direzione aziendale, che offrì ai lavoratori la possibilità di seguirli, a pena di licenziamento.

A differenza di quanto accadde in altri complessi industriali italiani, dove si cercò di salvaguardare almeno parte delle strumentazioni nascondendole o sabotandole, alla Caproni di Predappio non si registrarono iniziative simili.
La composizione non locale della forza lavoro e la percezione dello stabilimento come emanazione diretta del regime contribuirono a questa sostanziale dismissione senza opposizione.

Nel 1945, dopo la Liberazione, l'edificio fu occupato in due diverse occasioni dalle truppe alleate, che lo utilizzarono come alloggio temporaneo.
Gli ultimi arredi e materiali residui furono impiegati come combustibile durante l'inverno.

Nel gennaio 1946 erano ancora attive alcune vertenze sindacali aperte, ma la produzione non fu mai ripristinata.

  • Spezzone di una lettera datata 8 gennaio 1945, inviata dall'Aeronautica Predappio ai Comitati di Liberazione Nazionale di Milano e Roma, in cui sono riportate alcune delle motivazioni ricostruite nel testo del post, a conferma delle condizioni in cui versava lo stabilimento nelle fasi finali della guerra.



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