Dicembre 1943, tensioni e accuse di tradimento all'Aeronautica Predappio


 

Nel dicembre del 1943 in piena Repubblica Sociale un impiegato della Caproni Predappio mette nero su bianco una denuncia che oggi fotografa perfettamente il caos interno della fabbrica nei mesi successivi all’armistizio.
Si tratta di Guglielmo Albertini classe 1904 fascista combattente e capo dell’Ufficio Contabilità Industriale. Dopo anni di servizio era stato licenziato il 30 novembre 1943 con un preavviso di un mese.
Pochi giorni dopo il 5 dicembre scrive una lunga relazione dattiloscritta di quattro pagine indirizzata al Prefetto per segnalare ciò che lui definisce “sabotaggio intelligente” e “disfattismo della miglior marca” all’interno dello stabilimento.
Albertini si presenta come “fascista combattente volontario” padre di famiglia e uomo fedele alla Repubblica di Salò. Il suo scritto è una vera e propria accusa contro i dirigenti della Caproni di Predappio in particolare contro il direttore generale Ulisse Riganti e il direttore amministrativo Tommaso Piazza indicati come “principali esecutori o mandanti di più alti responsabili”.
Secondo Albertini dopo l’8 settembre nello stabilimento era continuata “una lenta ma efficace azione di disfattismo” alimentata da malcontento e favoritismi.
Nella prima parte del testo elenca le violazioni dei “principi di selezione qualitativa di giustizia sociale e di prevenzione politica”. Scrive che i migliori operai e impiegati erano stati licenziati mentre si mantenevano in servizio soggetti “senza alcuna esperienza industriale” o con “precedenti d’indisciplina politica”.
Cita anche diversi casi concreti indicando nomi e cognomi di famiglie penalizzate dai licenziamenti e di impiegati protetti o privilegiati.
Albertini accusa la direzione di aver trasformato la Caproni in un ambiente di soprusi favoritismi e clientelismo.
Scrive testualmente che “non si sono rispettati i principi sanciti dalla legge” poiché non furono riassunti “i militari richiamati e specialmente i combattenti ritornati come me in precarie condizioni di salute”.
Denuncia inoltre la vendita di macchinari e materiale di valore con la conseguente “degradazione del lavoro assegnato a Predappio”. A suo dire la direzione aveva contribuito a un graduale svuotamento produttivo dello stabilimento fino al punto di “minacciare la chiusura”.
Il tono della seconda parte diventa apertamente accusatorio. Albertini si rivolge direttamente ai “signori direttori” accusandoli di essersi arricchiti in un momento in cui l’Italia combatteva per la sopravvivenza
“Dal settembre 1941 vi siete preoccupati di sistemare i vostri uffici e le vostre abitazioni private in modo principesco acquistando tenute ricchissime e costosissime.”
Aggiunge che mentre gli operai venivano licenziati o mandati al fronte i dirigenti si erano esonerati dal servizio militare “pur non avendo specializzazioni” e che avevano sottratto personale e materiali alla produzione bellica per destinarli ad attività interne e inutili.
“Avete instaurato una disciplina veramente schiavistica in quanto a nessuno era più permesso parlare suggerire segnalare correggere errori o discutere.”
L’accusa è chiara la Caproni di Predappio non produceva più come doveva. Albertini riporta che la fabbrica era in grado di costruire “almeno due apparecchi alla settimana” ma “in due anni ne sono stati costruiti quattordici”.
Nel passaggio più duro del documento accusa i vertici di aver tradito il Fascismo e la Patria sostenendo che “avete contribuito alla rovina di questa Italia tanto bella e generosa di fede e di eroismo”.
Secondo Albertini i dirigenti tentavano ora di salvarsi “con l’adesione al Partito Repubblicano Fascista” ma si trattava solo di una manovra opportunistica.
La fabbrica a suo dire era diventata un centro di privilegi e di disfattismo “Non è vero che vogliate la salvezza della Patria scrive perché avete venduto tutto ciò che era vendibile e disperso il resto.”
Nelle ultime righe il tono si fa quasi da arringa. Albertini rivendica la propria lealtà definendosi “combattente fascista e degno cittadino repubblicano.”
Poi l’attacco finale
“Chi in buona fede lavora con coscienza denuncia tutto ciò che è dubbio misterioso inintelligibile tutto ciò che rappresenta tradimento. Tradimento contro l’Italia e contro il Fascismo. Alto tradimento che l’adesione al Partito Repubblicano Fascista non sana ma accentua.”
Il documento resta uno dei testi più forti e diretti scritti all’interno della Caproni di Predappio durante la guerra.
Non è un reclamo personale ma un atto politico e ideologico redatto da chi si sentiva difensore di una fede fascista pura contro un apparato industriale ormai corrotto in un momento in cui la produzione era al collasso e la RSI cercava di riorganizzare l’industria bellica in Romagna.
È anche una testimonianza preziosa del clima di sospetto e di sfaldamento interno che regnava nello stabilimento con dirigenti accusati di sabotaggio e impiegati pronti a denunciarli come traditori della causa nazionale.
La lettera di Guglielmo Albertini datata Predappio 5 dicembre 1943 è oggi una delle prove più significative del declino morale e produttivo della Caproni negli anni finali della guerra quando tra licenziamenti macchinari venduti e accuse di sabotaggio anche la fabbrica simbolo del regime finì nel caos.






 

Commenti

  1. Non c e da stupirsi. Ho letto di altri problemi analoghi in svariate fabbriche belliche. Non a caso gli "alleati" vollero aggiungere un articolo specifico nel testo dell' "armistizio" in cui l Italia si impegna a non perseguire sia penalmente sia civilisticamente i collaborazionisti sia civili sia militari.

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