La Caproni e il parroco inquieto. Dalla protesta al viaggio nella capitale
L’insediamento della Caproni a Predappio segnò l’avvio di quella che venne percepita come una "nuova e prospera era" per il paese. L’apertura dello stabilimento determinò un cambiamento netto negli equilibri occupazionali locali. Molti braccianti abbandonarono le campagne per cercare impiego in fabbrica, mentre dai comuni limitrofi si verificò un consistente spostamento di manodopera verso Predappio, dove era sorto uno degli impianti industriali più moderni del territorio romagnolo.
Tra gli aspetti più significativi vi fu la presenza femminile. Già prima della Seconda guerra mondiale lo stabilimento contava un numero rilevante di operaie. Nel 1936 risultavano impiegate 47 donne provenienti da ambienti sociali e professionali differenti, molte senza alcuna esperienza industriale pregressa. Si trattava di 26 casalinghe, 7 sarte, 11 domestiche e cameriere, 2 venditrici ambulanti e 1 scolara. Un dato che documenta un passaggio concreto dal lavoro domestico e informale al lavoro industriale.
La Caproni non incise soltanto sull’organizzazione produttiva, ma modificò abitudini e ritmi della popolazione della Predappio "Nuova". Cambiarono anche le modalità del pranzo. Dal 21 aprile 1939, giorno dell’inaugurazione della nuova "mensa dei lavoratori", molti dipendenti iniziarono a consumare il pasto presso questo edificio appositamente realizzato e situato all’esterno dello stabilimento.
Anche il tempo libero subì una trasformazione. Al "Politeama Littorio" si tenevano proiezioni cinematografiche, concerti ed eventi culturali di vario genere, spesso organizzati dal Dopolavoro dell’Aeronautica. La fabbrica contribuiva così a ridefinire non solo il lavoro, ma anche gli spazi della socialità.
Questo ampio mutamento negli usi e nei comportamenti della comunità predappiese destò preoccupazione nel primo parroco di Predappio "Nuova", Padre Vittorino Liverani. Il 19 dicembre 1941 scrisse al podestà di Predappio Pietro Baccanelli esprimendo il proprio disagio per l’uso della tuta da lavoro da parte delle operaie anche al di fuori dell’orario di servizio. Nella lettera si legge:
"Non intendo fare un rapporto e neppure un richiamo, solo vorrei fermaste la Vostra attenzione sopra un fatto che forse pregiudica alla serietà delle nostre donni in Predappio. Avete notato, specie da qualche tempo a questa parte, un aumento di ragazze e donne del locale stabilimento Aeronautica Caproni che nell’andare e venire dal lavoro, a piedi o in velocipede, girare in tuta per le vie della città? Ammetto che sul lavoro sia conveniente, anzi necessario, questa foggia di vestito; ma il doverla usare per le vie della nostra città, mi sembra pregiudichi alla serietà della donna italiana ed alle sue tradizioni e specie in tempi così seri come i presenti, per cui diverse Autorità civili e politiche si sono sentite in dovere di richiamare la condotta di tutti alla serietà del momento. Con ciò intendo pure di rendermi interprete del pensiero di alcuni benpensanti e padri di famiglia che mi hanno fatto notare la cosa. Credereste conveniente Illustrissimo signor Podestà nella Vostra prudenza far presente la cosa al Signor Direttore Generale dello stabilimento che sotto ogni rapporto mi è stato presentato da parecchi per persona onorabilissima e distintissima ma che io non ho la fortuna di conoscere? Di questo vi sarei grandemente obbligato e senz’altro sentitamente Vi ringrazio".
Coi sensi della più alta stima Padre Vittorino Liverani – Parroco
Nonostante le tensioni legate a questi cambiamenti, lo stesso Padre Liverani, dopo la chiusura dello stabilimento, si adoperò personalmente per favorirne la riapertura, intervenendo tramite il Vescovo e compiendo un viaggio a Roma. Un elemento che conferma quanto la fabbrica fosse divenuta centrale per l’equilibrio economico e sociale della comunità predappiese.


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