La Caproni di Predappio secondo Mario Celli

Nel libro "Il mio Mussolini", pubblicato nel 1985, Mario Celli affronta anche il tema dello stabilimento Caproni di Predappio, dedicandogli riflessioni molto precise e spesso in netto contrasto con una parte della narrativa sviluppatasi nel dopoguerra attorno alla fabbrica. Il suo non è un elogio cieco del ventennio, anzi. Celli stesso scrive di non voler escludere "probabili errori a carico del ventennio fascista", ma allo stesso tempo contesta duramente l'idea che la Caproni possa essere ridotta a una semplice "opera di regime".
Il bersaglio principale delle sue considerazioni sembra essere la definizione dello stabilimento come "impresa davvero curiosa" o come "classica opera di regime". Per Celli, dietro queste espressioni si nasconde il tentativo di presentare la Caproni come qualcosa di inutile, superfluo o costruito esclusivamente per ragioni propagandistiche. Una lettura che lui giudica profondamente sbagliata.
Nel libro infatti insiste più volte su un punto fondamentale. Lo stabilimento Caproni non viene descritto come un'opera assistenziale, ma come una vera realtà industriale nella quale operavano tecnici e maestranze altamente specializzate. Secondo Celli, proprio questo elemento distingueva la fabbrica predappiese da molte iniziative pubbliche nate in altri periodi storici senza una reale funzione produttiva.
Per rafforzare questo concetto, l'autore tira in ballo anche i famosi "lavori a regìa" degli anni cinquanta. Lo fa con tono ironico ma molto critico. Ricorda infatti come i giornali dell'epoca raccontassero di lavori consistenti nello spostamento di enormi quantità di terra da un punto a un altro, per poi riportarle nuovamente indietro. Celli utilizza questo esempio per sottolineare come anche i governi democratici abbiano prodotto sprechi e opere discutibili, respingendo quindi l'idea che l'inefficienza o l'assurdità fossero caratteristiche esclusive del periodo fascista.
In questo quadro, la Caproni di Predappio viene invece presentata come una struttura concreta, capace di produrre lavoro, formazione e competenze tecniche reali. L'autore ricorda infatti il ruolo delle maestranze predappiesi nella costruzione di velivoli avanzati del gruppo Caproni e sottolinea come durante il conflitto molti operai specializzati abbiano contribuito alla realizzazione degli aerei "2001", definiti nel libro velivoli d'avanguardia per l'epoca.
Celli dedica attenzione anche alla questione dello stabilimento sotterraneo, tema spesso circondato da racconti esagerati o deformati. Nel testo critica Vittorio Emiliani per aver parlato di fantomatici hangar sotterranei mai realmente progettati e sostiene invece che vi fosse un vero stabilimento sperimentale sotterraneo nel quale, durante la guerra, avrebbero lavorato circa 1500 dipendenti. Lo presenta come qualcosa di raro in Italia, ma non eccezionale nel panorama europeo del tempo.
Molto interessante è poi il passaggio relativo all'origine stessa dello stabilimento. Celli afferma chiaramente che la Caproni non nacque da una scelta personale di Mussolini né da un suo particolare entusiasmo. Scrive infatti che il duce non incoraggiò l'iniziativa e nemmeno la protesse in modo speciale. Secondo il suo ragionamento, Mussolini si limitò ad accettare la presenza della fabbrica perché l'Aeronautica Predappio S.A. rappresentava una realtà industriale valida e compatibile con lo sviluppo produttivo che in quegli anni stava interessando molte città romagnole come Forlì, Meldola, Cesena, Faenza e Ravenna.
Celli aggiunge anche un dettaglio storico spesso ignorato. Lo stabilimento Caproni non sarebbe nato "dal nulla" per motivi politici, ma da una ristrutturazione e ampliamento di strutture industriali già esistenti nella zona, originariamente legate alla lavorazione dello zolfo estratto nelle miniere di Predappio Alta. Dopo la crisi del settore tra il 1929 e il 1930, gli edifici passarono prima a una ditta bolognese produttrice di mobili e successivamente a Cesare Castelli, che entrò poi in contatto con Gianni Caproni. Per Celli, dunque, la nascita dello stabilimento si inseriva in un contesto industriale già presente sul territorio e non in una semplice operazione simbolica.
Uno dei passaggi più duri del libro riguarda invece il dopoguerra. Celli sostiene apertamente che le maestranze predappiesi avrebbero potuto garantire una riconversione industriale dello stabilimento, sul modello di quanto avvenuto alle Officine Reggiane con la produzione di macchinari agricoli. Secondo lui, questa possibilità venne meno anche per motivazioni politiche. Arriva infatti a dichiarare di non riuscire ad assolvere né Gianni Caproni né Cesare Castelli dalla responsabilità di aver facilitato, "se non provocato", lo smantellamento e la fine dell'Aeronautica Predappio S.A.
Nonostante tutto, Celli riconosce alle maestranze predappiesi una forte capacità di adattamento anche dopo la chiusura della fabbrica, ricordando come molti operai e tecnici diedero vita a cooperative, piccole aziende artigiane e nuove attività industriali nel forlivese.
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A distanza di oltre quarant'anni dalla pubblicazione del libro, è giusto però ricordare anche un altro aspetto. La ricerca storica sulla Caproni di Predappio è andata avanti, sono emersi nuovi documenti, nuove testimonianze e molte vicende sono state approfondite in maniera più ampia rispetto a quanto fosse possibile nel 1985. Alcune interpretazioni nel corso del tempo si sono dimostrate parziali, altre molto più complesse di quanto apparissero allora.
Proprio per questo motivo, in questa analisi si è cercato volutamente di utilizzare i termini, i concetti e il punto di vista presenti nel libro di Mario Celli, mettendo temporaneamente da parte gran parte delle conoscenze storiche maturate negli anni successivi. L'obiettivo non era quello di confermare o smentire le tesi dell'autore con gli strumenti che abbiamo oggi, ma cercare di comprendere il suo ragionamento nel contesto culturale e storico in cui venne scritto.
Per questo il testo di Celli rimane comunque una testimonianza importante. Non tanto perché rappresenti una verità definitiva sulla storia della Caproni di Predappio, ma perché permette di capire come una parte della comunità predappiese interpretasse, già negli anni ottanta, il ruolo dello stabilimento e il peso che quella esperienza industriale aveva lasciato nella memoria collettiva del territorio.

 

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