Tra il comune e la Caproni, una pace mai trovata – Parte I
Il 18 settembre 1945 si tenne nella sede del municipio di Predappio una riunione alla quale parteciparono la giunta comunale e la commissione della fabbrica formata dall’ingegner Caligaris, dall’ingegner Manzella e dal ragionier Silvestri per conto dell’Aeronautica Caproni di Predappio. Insieme a loro erano presenti il neo sindaco Giuseppe Ferlini, la giunta comunale, il Comitato di Liberazione Nazionale di Predappio, i rappresentanti della Camera del Lavoro di Predappio e le commissioni di fabbrica per le vertenze e per la ricostruzione.
L’ordine del giorno era destinato a sistemare le tensioni fra la Caproni e la giunta comunale, in modo da cercare un accordo per la riapertura dello stabilimento, all’epoca chiuso da un anno e due mesi.
La giunta comunale accusò i dirigenti dello stabilimento di comportamenti aggressivi e menefreghisti, accusandoli inoltre di aver cercato mille motivi per non trovare una soluzione alla situazione dello stabilimento, che si cercava di riaprire per dare un impiego alla popolazione predappiese rimasta alla fame.
Il comune di Predappio rese note diverse decisioni, tra cui quella di sequestrare allo stabilimento ogni bene immobile e tutti i macchinari rimasti dopo i saccheggi dei nazisti, i vandalismi e i furti dei predappiesi, fino “a eventuale ripresa concreta ed effettiva del lavoro”. Inoltre veniva richiesto il saldo dei debiti che lo stabilimento aveva lasciato dietro di sé con la cessazione di tutte le attività.
L’Aeronautica Caproni di Predappio non tardò molto a rispondere alle accuse e agli ordini stabiliti dalla giunta comunale e, in una lettera del 22 settembre 1945, definì “inaccettabili” le parole utilizzate dalla giunta comunale e gli ordini che il comune aveva inviato allo stabilimento, accusando l’amministrazione comunale di creare agitazioni su dinamiche che, secondo la fabbrica, il comune non avrebbe potuto comprendere.
Lo stabilimento segnalò che, per ricominciare la produzione, sarebbe stata necessaria un’alta quantità di energia elettrica proporzionata al funzionamento delle officine, energia che al momento dei fatti non era ancora arrivata. La fabbrica richiese ancora una volta l’assegnazione di un bosco demaniale per reperire legname destinato alla produzione, segnalando inoltre che questi due punti erano già stati approvati e firmati dalla stessa giunta qualche mese prima.
La fabbrica sottolineò inoltre che “voi che avete seguito il nostro lavoro per ottenere quanto insieme avevamo richiesto, sapete che non abbiamo ottenuto sinora ne l'uno ne l'altro [...]”.
Quella riunione del settembre 1945 non rappresentò però la conclusione della vicenda. Le tensioni tra il comune di Predappio e la direzione dello stabilimento continuarono ancora a lungo, in un clima fatto di accuse reciproche, difficoltà economiche e tentativi di riportare il lavoro all’interno di una fabbrica che, nonostante tutto, continuava a rappresentare una delle più grandi speranze occupazionali per il paese.


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